Cenni storici  sulle  tecnologie costruttive tradizionali delle imbarcazioni in uso nella marineria Trappetese e su alcune tradizioni marinare.

 

Grazie agli studi, ai rilevamenti e alle ricerche storiche e tecnologiche effettuate da eminenti ricercatori Siciliani, negli ultimi anni, che hanno approfondito ed esaminato gli  elementi strutturali, le caratteristiche e le componenti delle imbarcazioni realizzate in alcuni antichi cantieri navali Siciliani, cantieri di Porticello, Palermo, Terrasini, ect.... da dove provengono e provenivano la maggior parte dei "legni" in uso ò Trappitu (Trappeto) e a Favarotta (Terrasini), e che presentano un sicuro interesse storico, etnico ed antropologico, si riescono a comprendere ed individuare alcuni elementi e alcune caratteristiche funzionali ancor oggi in uso nelle nostre imbarcazioni. Quindi tramite i rilievi, le analisi ed esami di relitti portati alla luce dai fondali dei mari Siciliani, i ricercatori e gli studiosi hanno individuato alcuni elementi strutturali significativi di confronto con le tecnologie oggi in uso ed attualmente impiegate nelle costruzione delle nostre imbarcazioni. Risulta necessario, pertanto un breve excursus storico sulla cantieristica Siciliana antica. Verso la fine del periodo medievale si affermò definitivamente nel Mediterraneo il sistema costruttivo a "frame fírst", (sistema ancor oggi in uso nei pochi cantieri tradizionali Siciliani) sistema di costruzione della barca che si realizzava iniziando dall'ossatura (o ordinate) e non dal guscio esterno (o fasciame), come spesso avveniva  nell'antichità. Storicamente nel tardo medioevo, nei cantieri Siciliani e mediterranei in generale, si cominciarono ad affermare ed evidenziare due principali sistemi costruttivi tradizionali opposti: 1°) la cantieristica tradizionale spontanea dove l'imbarcazione veniva costruita pezzo dopo pezzo senza alcun progetto; 2°) la cantieristica in cui la costruzione dell'imbarcazione era progettata e le varie lavorazioni pianificate. In alcuni casi, ed abbastanza spesso i due principali sistemi costruttivi tradizionali, venivano mischiati e i ricercatori tendono a far risaltare l'uno o l'altro sistema. Comunque, una piccola anche se semplificata progettazione ci doveva  essere prima della realizzazione dell'imbarcazione nel cantiere nella sua prima fase, infatti le dimensioni della barca spesso venivano concordate dal pescatore o marinaio in base al tipo di carico che doveva trasportare o all'uso che doveva svolgere. La realizzazione del guscio anche se non progettata, era comunque abbastanza delineata nella mente del maestro d'ascia  grazie ad una certa e consolidata esperienza. I Sistemi di costruzione e gli obiettivi posti da alcune metodologie realizzative ci fanno percepire i significati  più nascosti che assume la barca per il pescatore. Ricordiamo che a Trappeto operavano due bravissimi maestri d'ascia, entrambi originari di Terrasini: Il maestro Viviano recentemente scomparso ed il maestro Gino Mortillaro. Le cure, ovvero la manutenzione ordinaria e straordinaria a cui era sottoposta la barca, erano finalizzate a una migliore funzionalità della stessa per preservarla dagli agenti atmosferici e dai pericoli reali e simbolici del mare. Strutturalmente le imbarcazioni erano e sono basate su un sistema principale di travi incrociate che riflettono la similitudine con la croce di Gesù Cristo. Durante la funzione religiosa della benedizione e del "varo", l'imbarcazione prendeva quasi sempre il nome di un Santo o di una Santa protettrice, ed è questo un elemento apotropaico per esorcizzare il pericolo, ed invocare la protezione divina. La barca diventava il fulcro di attività lavorative, di rapporti sociali, ma anche familiari, essa rappresentava l'elemento della cultura materiale che ci guida alla cultura del mare individuando relazioni interpersonali e simboliche che caratterizzano l’antica comunità marinara dei pescatori di Trappeto e di tutte le comunità marinare della Sicilia. Le pitture a sfondo religioso sulle fiancate delle barche, erano diffusissimi prima degli anni 60, quando le condizioni sociali e di vita dei pescatori erano piuttosto dure e portavano alla ricerca di un sicuro riferimento che la sola religione dava secondo il principio del "do ut des". Le immagini sacre dipinte avevano dunque la funzione di respingere i pericoli e le insidie provenienti dal mare, ponendo al riparo il pescatore e la sua barca dai rischi connessi all'attività marinara. L'immagine sacra oltre a rispondere ad una esigenza di protezione, aveva lo scopo di favorire e vigilare sul buon esito della pesca o delle attività pescherecce in generale. Il rapporto che intercorre tra il Santo raffigurato da cui prende nome la barca ed il pescatore o proprietario  viene socializzato: una barca più fortunata darà maggior risalto al Santo raffigurato rendendolo più popolare agli occhi di tutti. L'uso di dipingere lo scafo aveva la duplice funzione di preservarlo dagli agenti atmosferici ed abbellirlo con immagini sacre dipinte, ed inoltre serviva per procurarsi la protezione divina dedicandola a un Santo tutelare. Con questi lavori di manutenzione si garantiva quindi la funzionalità del bene. Il compito di dipingere il santo nell'opera morta di prua o di poppa veniva affidato spesso a un Pinci Santi, mentre le altre decorazioni erano eseguite da un pescatore anziano ed esperto, veniva spesso chiamato il pescatore Signor Giuseppe Scardino per queste incombenze. Nell'opera morta di poppa si dipingevano solitamente: San Pietro, la Madonna del Lume, la Madonna di Loreto, l'Ostensorio, San Michele Arcangelo, i Santi Cosma e Damiano, ed altri Santi. Nell'opera morta di prua si dipingevano elementi ancestralmente pagani o magici, generalmente la Sirena, il Delfino, il pugno, il cuore trafitto, l'occhio, la stella, il nodo, il ferro di cavallo ect…. Ogni elemento raffigurato aveva un suo significato simbolico: ad esempio l'occhio sta a simboleggiare l'esigenza di stare all'erta per sfuggire i pericoli poiché indica potere e controllo sia da parte di chi questo potere esercita, sia su chi ne é destinatario. L'occhio cattivo degli altri il malocchio riflette una sorta di debolezza sociale, precarietà economica e cattiva salute. L'occhio sta al di sopra di noi e garantisce le regole del controllo sociale. I Santi rappresentati hanno il potere di intervenire con la loro azione tempestiva in salvataggi impossibili. Oggi è indispensabile avere di questa cultura marinara una visione diacronica per comprendere la valenza antropologica delle tecniche tradizionali all'interno di una cultura locale nella quale sono rilevanti i  canti, le leggende, le credenze, i modelli comportamentali e tutti gli atteggiamenti emotivi e cognitivi che costituiscono il vero oggetto dell'antropologia. Per fortuna  è abbastanza viva negli anziani la memoria delle nostre tradizioni e delle tradizionali tecnologie manifatturiere connesse con il mondo della marineria e tutto ciò che la circonda. Oggi bisognerebbe avere la capacità di coniugare metodologie e tecniche del moderno restauro scientifico con il recupero degli antichi mestieri che purtroppo sono in via di estinzione.

 

Tecnologie  tradizionali adottate nelle barche Trappetesi. 

Nelle imbarcazioni “Varchi Longhi” dei Trappitara oggi Trappetesi invidiatissime ovunque si trovassero venivano effettuate non poche migliorie tecnologiche.

Ciò permetteva loro di non avere rivali in tutta la Sicilia Nord-Occidentale, erano infatti le barche più invidiate e temute nella pesca, nei trasporti e nella lunga navigazione, ciò era dovuto indubbiamente all’abilità dei maestri d’ascia Favarottari oggi Terrasini, ma soprattutto alle straordinarie capacità marinare degli equipaggi Trappetesi. Esse contribuivano  ad alimentare ben tre industrie conserviere “del salato” allora impiantate a Trappeto. E questo dato la dice lunga ed era veramente unico in tutta la Sicilia Occidentale di allora.

Tali barche in caso di compravendita presso altre marinerie, godevano allora sempre di un valore aggiunto in più rispetto alle altre. Che cosa potevano avere di speciale per essere sempre additate dagli altri marinai?

Perché e come potevano affrontare lunghi viaggi anche in porti lontanissimi?

Un dato è certo: la marineria Trappetese (in particolare) si distingueva parecchio dalle altre, infatti non si tratta come si potrebbe erroneamente supporre di antica comunità di semplici pescatori, come la piccola Comunità dei cugini pescatori della “Sicciara” oggi Balestrate o di tante altre, ma di piccola marineria, esperta non solo nella pesca d’altura ma anche nel cabotaggio a lunga distanza.

Era formata da marinai espertissimi, eccezionali  navigatori come pochi nella Sicilia Occidentale, come oggi testimoniato da parecchi anziani marinai, pescatori e famiglie di marinai della costa Sud Occidentale della Sicilia, da Trapani fino a Marinella di Selinunte.

Vediamo di addentrarci all'indietro nel tempo per capire meglio alcuni semplici concetti storici di nautica.  

Le imbarcazioni di stanza a Trappeto, per essere più veloci, avevano una lunghezza dell’antenna di circa due o tre palmi* siciliani in più e quindi con un rapporto di superficie velica nettamente maggiore, questo dato sulle vele latine imponeva grandi capacità e conoscenze marinare, in quanto si doveva supplire all’aumentata difficoltà di manovra intrinseca della Vela Latina, con l'inconveniente di elevare eccessivamente il centro di velatura, e di conseguenza il baricentro delle forze, pertanto la si doveva ridurre velocemente quando il vento rinforzava. Bisognava conoscerla molto bene per poterla sfruttare al meglio durante la navigazione. Gli equipaggi Trappetesi erano formidabili nei loro rapidi spostamenti di bordo, sincronizzazione e ferrea disciplina.

Le imbarcazioni erano più capienti, in quanto venivano rialzate le fiancate di qualche palmo con opportune piccole forature di fiancata, infine per affrontare meglio il mare aperto, erano spesso modificate di ponte (alla Trapanese) ed alcune incredibilmente anche di prua, questa ultima modifica peraltro abbastanza rara,  dovuta ad eccezionali maestri d'ascia, (Mastro G. Viviano che aveva a Trappeto un piccolo cantiere tradizionale e Mastro Gino Mortillaro) era tale da non farle neanche più riconoscere e classificare come sardare o Varchi Longhi.

Data la naturale equidistanza nautica dello scalo marittimo “del Trappeto” dai grandi porti di Palermo e di Trapani soprattutto, venivano mischiate ed adottate le migliorie tecnologiche costruttive in auge allora nelle due province.

In breve sintesi, possiamo dire che: dalla tradizione tecnologica tipicamente Trapanese, derivava con buona approssimazione la strana copertura del ponte (ponteggi), e dei curritura, sicuramente per meglio affrontare il mare aperto e permettere il cabotaggio; altri lavori di derivazione tipicamente tecnologica dei cantieri della costa Palermitana erano opportuni lavori di modifica a prua ed alle fiancate dell’imbarcazione, come visibile da antiche foto. In ultimo possiamo affermare che alcuni lavori di manutenzione straordinaria (decorazioni e pitture a poppa ed a prua) seguivano una prassi allora consolidata al vecchio Trappeto, tali da diventare esclusivamente autoctone. Fattori esclusivi erano infatti le decorazioni ed i disegni semplicemente stupendi che si riscontravano solamente nelle barche dei Trappitara, donde l’immediata riconoscibilità presso le antiche  marinerie sicule e gli altri porti della Sicilia sud-Occidentale. Per questo tali barche non potevano essere scambiate con altre anche se apparentemente identiche, quindi agli occhi esperti di alcuni marinai non passavano certo inosservate ed erano perfettamente riconoscibili ad opportuna distanza dai Porti.

 

Considerazioni conclusive sulla antica marineria Trappetese.

Ai giorni nostri, ci appare di difficile comprensione, come questa piccola antica marineria si facesse apprezzare, eccellendo nella navigazione e distinguendosi (oggi parecchio meno, causa la graduale scomparsa delle nostre antiche tradizioni e tecnologie manufatturiere) dalle altre antiche marinerie del Golfo per il coraggio, l’ardimento, per le notevoli capacità imprenditoriali nella pesca ma soprattutto nella manutenzione esperta e nell’equipaggiamento delle loro barche,  che erano temute, rispettate  ed invidiatissime ovunque si trovassero, indubbiamente influiva in ciò, l’insuperabile abilità dei maestri d’ascia Favarottari, (Terrasini)  in grado di snellire, allungare e trasformare le pesanti “Sardare” in gioielli del mare, l’abilità nella navigazione e le incredibili capacità marinare e di adattamento degli equipaggi Trappetesi faceva il resto. In mare come anche a terra tutti davano il loro contributo nella preparazione e manutenzione della barca, delle reti e della vela, specialmente in previsione di lunga navigazione o di lunga battuta di pesca, niente era lasciato al caso, (tranne che nelle brevi battute di pesca sottocosta, dove peraltro rivaleggiavano ed erano spesso più efficienti i cugini della Borgata di Sicciara con i loro piccoli e manovrabili gozzi) dal giovanissimo mozzo al cuoco, dal marinaio più anziano cui spesso spettava il comando e il tracciamento della rotta, ai più giovani addetti alla vela ed ai remi, tutti avevano compiti precisi e dovevano strettamente collaborare e lavorare. La rigida disciplina imposta secondo tradizione non veniva ostentata, ma si doveva lavorare e duramente per portare qualcosa a casa, in tempi veramente difficili. Questa epoca iniziò a tramontare attorno agli anni ’50 con le ultime sardare, ma soprattutto con la fine della navigazione a vela latina, ed il disarmo di questa gloriosa ed antica imbarcazione, l’emigrazione delle famiglie marinare Trappetesi a Viareggio prima ed all’estero ed in America dopo, diede l’ultimo colpo.

          

   La Gloriosa Marineria Trappetese: Una lenta, inquietante  inarrestabile agonia?

Negli ultimi anni si sono verificati una serie sorprendente ed inconfutabile di fatti incresciosi che hanno parecchio addolorato la Nostra Comunità Marinara, a partire dalla morte di  Alberto Bombace, seguita a ruota da alcune incresciose disgrazie in mare in cui hanno perso la vita Marinai Trappetesi. Se a ciò si aggiunge l'inerzia dei nostri politici e i gravi problemi  in atto in tutte le marinerie Siciliane, ci si rende conto che stiamo percorrendo una strada senza ritorno. I giovani sono sempre più propensi ad emigrare o fare servizio in grandi compagnie marittime, quando sono fortunati, aggiungendo a ciò le limitate  capacità di lavorazione odierne della nostra industria del Salato, ormai prossima allo zero, i pochi pesci pescati nel nostro mare,  la concorrenza sleale di pescherecci stranieri, l'aumento indiscriminato del Gasolio, l'inquinamento del mare nella zona del Nocella, ect.. . Ne viene fuori un quadro molto allarmante. Se a questa situazione sommiamo l'eterna incompiuta (il porto) allora non ci resta che piangere! Da questa situazione critica emerge positivamente solo la cooperativa Trappy che ha fatto passi da gigante e conferma una buona prospettiva futura.

La scarsa sensibilità di tutti, per i problemi della Nostra marineria è lampante. 

Le Nostre antiche Tradizioni marinare descritte nell'interessante e divertente libro: "Tradizioni, racconti e leggende dell'antica terra della Cannamela" dedicato ai nostri coraggiosi marinai Trappetesi ed in particolare alle due marinerie Trappetesi negli USA più grosse cioè Gloucester e San Pedro in California e a tutta la Nostra marineria Trappetese,  che in due secoli e mezzo di vita  hanno dovuto affrontare le insidie evidenti e nascoste dei mari e degli Oceani di tutto il mondo e perfino i ghiacciai dell'Alaska, portando alto il nome della piccola borgata di  Trappeto,  le nostre antiche e gloriose tradizioni marinare e la simbologia connessa al mondo arcaico del mare  stanno per perdersi inesorabilmente, e sembrano  non interessare più  a nessuno. NMR

    

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