STORIA  DI  TRAPPETO  IN  BREVE 

di Benedetto Zenone -Marzo 2003- 

Se dopo aver passato anni ed anni della propria vita a correre forsennatamente dietro al tempo, al lavoro, agli impegni cui non è possibile rimandare, se si è vissuti in una delle tante città dove l'uomo non è che un numero, dove anche l'aria che si respira ha un costo e vedere il sole è un sogno, ma sì è sempre sperato che prima o poi si deve rallentare e cambiare modo di vita per vivere in un luogo a misura d'uomo, dove il tempo scorre al ritmo della natura, dove il sole è di casa ed in qualsiasi periodo dell'anno la natura dà copiosamente i suoi frutti, ecco se davvero arriva il momento in cui si decide a dare una svolta alla propria vita e cercare il luogo dei sogni, ebbene questo posto esiste e si chiama Trappeto, piccolo paesino di circa tremila abitanti in provincia di Palermo. Trappeto, paese di quella perla che è la Sicilia, splendida isola incastonata al centro del mediterraneo. Ubicato sulla riva del mare, al centro del Golfo di Castellammare, tra Capo Rama e Capo San Vito. Trappeto ha la fortuna di avere una natura ancora quasi incontaminata. Il visitatore volgendo lo sguardo a Nord ammira l’azzurro di un mare ancora degno di questo nome, ricco di pregiate varietà di pesci con praterie di poseidonia che oltre a costituire cibo per quei pesci, danno ossigeno alle splendide acque. Girando lo sguardo a Sud si ha la visione dei verdi campi della Valle dello Jato ed in lontananza una quasi ininterrotta catena di monti che sembrano fare da corona alle splendide cittadine di questa stupendo golfo. Il territorio di Trappeto posto tra il fiume Jato e il fiume Nocella, ha un'estensione territoriale di appena Kmq. 4,18. Si estende quasi tutto sul mare, infatti ha quasi 6 Km di spiagge e nell'entroterra si addentra al massimo 700-800 metri. I suoi confini sono: ad Est, il fiume Nocella che lo divide dal territorio di Terrasini a Sud confina con Partinico, ad Ovest con il paese “fratello” di Balestrate e a Nord con il Mar Tirreno. Il suo territorio ha una storia antichissima testimoniata da reperti archeologici risalenti al VI°-V° secolo a.c., ritrovati nella contrada San Cataldo, nei dintorni della foce del fiume Nocella. In quella zona alcuni anni fa proprio sulla sponda sinistra dei Nocella sono venute alla luce due fornaci probabilmente di origine punica, è presumibile che in quella zona attorno al VI°-V° secolo a.c. si producessero tegole e mattoni e ci fosse un piccolo emporio commerciale. Il fiume Nocella a quei tempi, in parte navigabile, per quasi  300 metri dallo sbocco, dove ha un'ansa che poteva fungere da porto  e servire da scalo per le navi provenienti dalla Grecia e da Cartagine,  cariche di vasellame e tessuti, merci che venivano scambiate con derrate agricole, prodotte dai popoli dell'entroterra delle città di Ihccara (Monte D’oro Montelepre) Kitattaria, (Sagana) e Jetas (Monte Jato). Fonti storiche che parlano del territorio di Trappeto sono poche, però sappiamo che nell'Itinerarium Antonini dell'Imperatore romano Antonino Pio (245 d.c.) descrivendo le stazioni di posta per il cambio dei cavalli della Via consolare Palermo – Trapani è citata una località marittima chiamata Parthenicum indicata tra Hiccara e Acque Segestane, in base alle distanze citate è probabile che questo luogo possa trovarsi nella zona di San Cataldo, oppure in C./da "Sirignano" ma questa località però non è stata ancora scoperta, anche se sappiamo che, a monte della foce del Nocella a una distanza di circa 500 metri nella contrada denominata “Mulinello”, è venuta alla luce durante lavorazioni agricole una necropoli risalente al IV°- III° secolo a.c. Per risentire parlare di questo territorio bisogna aspettare la fine del millennio, quando gli Arabi invadendo la Sicilia, conquistano la Città di B.rt.inich (PARTINICO) e utilizzano il suo emporio che viene chiamato AL RUCK,  che può significare cantone - tegola. Verso la fine all'anno 1000 viene edificata, nella zona della foce del Nocella vicino alla sponda destra, la chiesetta dedicata a San Cataldo, in quella zona c'erano diversi mulini per cui la comunità che abitava in zona poteva seguire la messa senza andare nei paesi originari. Questa chiesa molto probabilmente sostituì la chiesetta molto più antica di Santa Cristina, che era posta nel promontorio della sponda sinistra del Nocella che era crollata o perché distrutta dagli Arabi o in seguito al movimento franoso che aveva interessato il sito, costituito in gran parte da terreno argilloso, tra l’altro quell'argilla da secoli veniva utilizzata per fabbricare tegole e mattoni. Quella zona sin dal periodo romano era considerata un posto sacro dedicato agli animali, infatti li venivano portati, per essere benedetti, tutti gli animali domestici della zona. Questa usanza è durata sino a qualche decennio fa. Recentissimi scavi archeologici da parte della Soprintendenza di Palermo, nel sito della chiesa ed in particolare nella sua cripta sono stati rinvenuti parecchi resti umani, databili intorno al 1600-1700, che ribaltano totalmente l’uso che si pensava della chiesa, e cioè che era frequentata solo nel periodo estivo e serviva solamente per la benedizione degli animali, riconsiderando quindi l’importanza religiosa e civile che doveva avere la chiesetta nei secoli passati. Le terre di San Cataldo, erano possedute dai Conti Rainaldo Roberto e Dragone Avellani, i quali in data 11.11.1112 li donarono al monastero di Bartolomeo di Lipari, assieme alla chiesetta e il vicino mulino, ciò ci viene confermato dallo storico Rocco Pirri nel suo libro “SICILIA SACRA”. Per risentire parlare nuovamente del territorio bisogna aspettare il 1307 quando Federico II d’Aragona dona la foresta di Partinico ai monaci Cistercensi dell'Abbazia di Altofonte, Abbazia fondata dallo stesso sovrano il giorno dell'Annunziata del 1306, ritenendo per se, per diletto di caccia, la parte marittima per un tiro di balestra dal bagnasciuga verso l'interno e delimitati dal fiume Nocella e dal torrente Calatubo (Alcamo.) Da qui il territorio prese il nome di terre delle “BALESTRATE”. Nel 1456 il re Alfonso conosciuto come “Il Magnanimo” dona queste terre al nobile palermitano Nicolò Leonfante, il quale oltre ad essere stato insignito del titolo di Camerlengo e Falconiere Maggiore del Re, era stato nominato anche Luogotenente di Mastro Giustizieri del Regno. Poiché i terreni per l'abbondanza delle acque e il clima favorevole si prestavano molto alla coltivazione della canna da zucchero, in breve tempo quasi tutto il territorio fu utilizzato per tale scopo. Il feudo, alla morte del Leofante, passa alla figlia Elisabetta, la quale sposa Francesco Bologna, appartenente alla ricca e potente famiglia Beccadelli originaria di Bologna, arricchitesi in quel secolo  attraverso intrighi di palazzo e spericolati commerci. Francesco Bologna attorno al 1480, nella zona dell'attuale centro storico di Trappeto, fece costruire  un grande ed imponente "TRAPPETUM CANNAMELARUM" cum turri seu fortilicio, cioè una macina per produrre lo zucchero dalle cannamele ed una torre fortificata a difesa del Trappeto. U’ Trappitu così venne chiamato, diede in seguito il nome al paese, e per più di un secolo ebbe una grande fama e fu uno dei più importanti del regno. La fortuna del Trappeto però, durò per circa un secolo e mezzo. Infatti attorno al 1630, un po' per colpa dello zucchero proveniente dall'America che veniva commercializzato a basso costo e un po' per colpa di un parassita che distrusse gran parte delle colture, il Trappeto fu abbandonato e il territorio passò al Senato palermitano. Nel 1662 le terre delle “BALESTRATE” divise in due feudi uno denominato “TRAPPETO” e l’altro "SICCIARA," furono concesse in enfiteusi a Don Vincenzo Leto di Polizzi Generosa. L’erede di questi Donna Rosalia, diede in concessione nel 1678 il feudo di Trappeto, che andava dal fiume Nocella al fiume Jato, al barone di San Lorenzo Don Pietro Miceli di Lercara Friddi. Questi per convincere i coloni ed i marinai ad abitare stabilmente nel piccolo borgo, fece costruire una piccola chiesa, dedicata all'Annunziata, che sarà in seguito la patrona di Trappeto, ma nonostante ciò, per la continua paura delle scorrerie dei pirati e anche per le varie epidemie (malaria peste colera) succedutesi in quegli anni, la popolazione non crebbe molto e i pochi abitanti preferivano dopo i lavori stagionali ritornare ai loro paesi natii: i contadini a Partinico e a Cinisi, i pescatori alla Favarotta (Terrasini). Bisogna aspettare la fine del XVIII secolo per vedere abitare stabilmente nel borghetto di Trappeto, poche centinaia di persone, dediti alla pesca e alla coltivazione della terra, le colture principali erano il lino, la vite e l’ulivo. Le condizioni di vita però rimanevano  pessime a causa della malaria e delle condizioni igienico-sanitarie, e fu sempre difficile trovare un prete che amministrasse i sacramenti a quegli infelici. Nei primi anni del 1800, a celebrare la messa venivano da Cinisi i cappellani Don Antonino Orlando e Don Gervasio Venuti, ma trovare un prete o un medico disposto ad abitare stabilmente a Trappeto fu sempre difficilissimo, le pessime condizioni igieniche, la miseria e la malaria tenevano lontano chiunque. Il 29.03.1820 i due borghi di Sicciara e Trappeto furono eretti a comune autonomo con il nome di "Balestrate" la sede del municipio fu posta nel borgo di Sicciara. Questo non contribuì certo al miglioramento delle condizioni di vita della gente di Trappeto, perché le poche sovvenzioni regie venivano investite nel borgo di Sicciara che bene o male nel tempo riuscì a migliorare le condizioni di vita dei propri abitanti. I pochi abitanti “del Trappeto” che nel 1820 erano circa 600, oltre a subire la miseria e varie malattie che si accanivano contro di loro, non mettendo nel conto le angherie da parte dell' autorità civili, dovettero assistere anche le diatribe tra il parroco della parrocchia di S. Anna di Balestrate e quello della parrocchia dell'Annunziata di Partinico, che si contendevano la chiesetta dell'Annunziata di Trappeto. Il risultato era che, oltre al fatto che nessuna spesa veniva effettuata per rendere più accogliente la chiesetta, i fedeli per registrare le nascite dovevano recarsi a Balestrate, mentre per celebrare i matrimoni dovevano spostarsi a Partinico, arrivare poi in questi paesi non era cosa agevole, a quei tempi, perché per andare a Balestrate bisognava attraversare con un barca, che fungeva da traghetto, il fiume Jato e questo non sempre era possibile, mentre per arrivare a Partinico i torrenti da attraversare erano due, la cosa comunque più tragica era amministrare l'estrema unzione ai morenti in quanto il prete non sempre arrivava in tempo. Le suppliche per far cessare questo stato di cose furono tante e le lotte durarono diversi decenni. Un grande contributo fu dato da Don Filippo Evola, medico e sacerdote, uomo di grande cultura e di altrettanta umanità, ma fu solo alla fine del 1883 che finalmente la chiesa di Trappeto, passò definitivamente sotto la giurisdizione di Balestrate, ma dovettero passare altri anni e infinite lotte per erigere a parrocchia la chiesa di Trappeto (1944) e rendere la frazione Comune autonomo. Era il 24.06.1954 quando finalmente Trappeto e i suoi 2.500 abitanti ebbero l'agognata autonomia, da quel giorno, quello che non era stato fatto in tanti anni ed era solo un sogno, in poco tempo divenne realtà. Strade quasi tutte asfaltate, aiuole fiorite e alcune villette comunali attrezzate con giochi per bambini, un lungomare tra il centro storico e il quartiere moderno, splendido luogo panoramico per passeggiate serali per la gente alla ricerca di un po' di fresco nelle lunghe e afose serate estive, e per i giovani luogo di incontro e di avventure sentimentali. Una splendida chiesa, abbellita continuamente per l'incessante interessamento del suo Arciprete Don Vincenzo Lo Duca, accoglie nelle varie ricorrenze i fedeli. Trappeto è meta preferita in qualsiasi periodo dell'anno di turisti che hanno modo di apprezzare la mitezza del clima, un mare incontaminato e una svariata offerta di prodotti genuini che nel tempo hanno reso la piccola cittadina una località rinomata, anche nel campo culinario,  nella produzione di prodotti ortofrutticoli e nella pesca. La popolazione residente nel censimento 2001 è stata di circa 2.800 abitanti mentre la popolazione residente all'estero in gran parte emigrata in Germania (Solingen) è di circa 1.300 persone.