LA PESCA  TRADIZIONALE  ED I TIPI  DI  IMBARCAZIONE  IN  USO  A  TRAPPETO  

1946 1951

La pesca tradizionale a Trappeto.  

Da duecento anni e fin quasi ai nostri giorni, a Trappeto si sono praticati e si continuano a praticare diversi tipi o sistemi di pesca tradizionali. I sistemi ancora oggi in uso presso la marineria  Trappetese, che si possono distinguere rispetto al tipo di barca utilizzata sono diversi e quasi tutti di antica origine. Sembrerebbe evidente che prima della motorizzazione in mare, le barche, tranne le più grandi come le sardare, (varca longa) si allontanavano poco dalla costa, se non per battute di pesca che si praticavano spesso, entro e non oltre il limite di tre miglia marine dalla costa. In definitiva si potrebbe supporre e dunque concludere secondo la classificazione ufficiale, che nelle nostre acque (nel basso Mar Tirreno) si praticava esclusivamente la pesca costiera, ossia quella in uso entro le tre miglia marine, essendo i fondali abbastanza profondi. Pertanto in moltissime località Tirreniche della Sicilia Nord-Occidentale per le loro attività pescherecce, i pescatori svolgevano la loro attività a breve distanza dal litorale, però con alcune significative eccezioni. Va precisato infatti, che determinate Comunità di pescatori, fra cui è da annoverare la piccola Marineria Trappetese,  invece esercitava la pesca ed il cabotaggio anche a distanze (veramente incredibili oggi) molto considerevoli dal litorale, come spesso avveniva in questa Comunità. Nel passato erano infatti abbastanza frequenti battute di pesca e lunghi viaggi dei marinai Trappetesi verso le Isole Egadi, Pantelleria e le coste della Sicilia Sud-Occidentale. La pesca a breve distanza dalle nostre coste si svolgeva e si svolge perchè il mare è già abbastanza profondo vicino la riva. Nelle nostre coste Tirreniche infatti le specie ittiche si mantengono molto vicine ai litorali per trovare le condizioni più favorevoli alla propria crescita. Invece per le zone marittime adiacenti la costa meridionale Siciliana, da Trapani fino a Porto Empedocle, dove i fondali sono parecchio bassi anche per molte miglia dalla costa, la pesca si svolgeva lontano dal litorale proprio perchè bisognava cercare il pesce a distanze lontane. E stranamente i pescatori Trappetesi si spingevano dalle Egadi fino a Pantelleria, toccando alcuni porti della Sicilia Sud-Occidentale.  Fra le attività pescherecce di grande importanza per l'economia Siciliana, possiamo distinguere la piccola pesca strettamente artigianale praticata da singole famiglie, che comprende diversi tipi minori, molti dei quali praticati sottocosta con piccole imbarcazioni (gozzi) direttamente da terra, e quella a carattere più propriamente industriale che prevedeva a monte una grossa organizzazione, con capitale adeguato, come nel caso della tonnara ed anche nell'industria del salato cioè nella pesca dei clupeidi (sardine, acciughe, alacce) con le sardare prima e motopescherecci dopo, in tutte e due i casi con la collaborazione di parecchie persone tra pescatori, imprenditori, salatori, commercianti e artigiani. Rispetto al tipo di pesca praticato non sempre corrispondeva necessariamente un determinato tipo di scafo. La necessità di avere un natante grosso o piccolo, con determinate caratteristiche di portata, velocità, manovrabilità, sicurezza, era condizionata soprattutto dal maggiore o minore impegno in uomini e mezzi che quella data attività peschereccia richiedeva. Ad esempio per la piccola pesca strettamente costiera, con uso di attrezzi minimi ed equipaggio di due o tre persone, erano e sono utilizzate imbarcazioni non più lunghe di 20 palmi (i gozzi di lunghezza di circa 5 metri). In molte marinerie della Sicilia occidentale  erano in uso prevalentemente, e lo sono ancora oggi, barche (Gozzi e Lance) di circa quattro metri e mezzo di lunghezza. Quando il lavoro diventava più impegnativo e i mezzi da impiegare più numerosi e più grandi, da usare a maggiore distanza dalla costa, allora ci volevano più uomini e una barca più grande, in grado di trasportare il materiale e di assicurare una buona tenuta in mare aperto. Per queste attività erano richieste barche di 6 - 8 - 10 metri di lunghezza e anche 11m, ( Sardare) con equipaggi composti da un minimo di 4 persone ad un massimo di 8 - 10. Fra i pescatori si distingueva il palangaro ed anche la pesca con le reti da posta vagantive per le grosse prede d'altura che venivano esercitate anche queste a grandi distanze dalla costa. Tali tipi si possono definire pesca d'altura o mediterranea, anche se le barche ritornavano a terra a fine battuta per vendere il pesce. Vi erano però anche scafi costruiti appositamente per precise attività pescherecce e solo per quelle, tra questi si possono menzionare le paranzelle con scafo da marticana per la pesca a strascico, la feluca e il luntro per la caccia al pesce spada, il barcareccio della tonnara, le cui dimensioni erano adeguate ai compiti a cui erano destinati. La paranzella, ad esempio, non poteva essere lunga meno di 11 metri altrimenti non avrebbe potuto imbarcare un quantitativo adeguato di cavi di rimorchio oltre alla zavorra. Di pesca mediterranea o d'altura in senso stretto si può parlare con l'avvento dei motopescherecci, attrezzati con strumenti da pesca come la rete a strascico, a circuizione, la spadaia, il palangrese, le cui battute durano anche dei giorni prima del rientro a terra. I primi due motopescherecci in uso a Trappeto furono acquistati attorno al 1946 dal Signor Bologna Damiano in sostituzione delle sue lente e pesanti Sardare, una di queste imbarcazioni fu varata secondo tradizione col nome beneaugurale di "Maria", ed un'altra con il nome di "Rosa". 

 

Le Tipologie delle barche da pesca usate a Trappeto. 

Dal punto di vista tipologico le barche tradizionali della Sicilia possono essere distinte in due grandi gruppi dislocati in altrettante aree ben definite: quella orientale che comprende le province di Messina, Catania, Siracusa, Ragusa fino ai limiti orientali della provincia di Agrigento e quella occidentale in cui insiste Trappeto, che ha come centri di irradiazione le città di Palermo e Trapani. In ambito più vasto del Mediterraneo vengono così a delinearsi due Regioni tipologiche diverse, come attesta Marco Bonino, La Sicula orientale, compresa la Calabria e le Eolie, e la Sicula Occidentale, compresa parte della Tunisia e delle Isole Maltesi. La prima regione costituisce in molti aspetti l'estensione più meridionale dei tipi campani con apporti originari caratteristici. 

Gli scafi orientali si presentano in genere più snelli, leggeri e con mediocre cavallino (a parte qualche eccezione come il luntru); sono inoltre più stretti degli occidentali essendo costruiti con un rapporto lunghezza/larghezza di circa uno a quattro, almeno quelli che raggiungono e superano gli otto metri; i legni occidentali, dotati di maggiore cavallino che si accentua in prossimità della prora, sono più larghi e tondeggianti, con un rapporto di circa uno a tre, sono pure più coperti (a parte casi specifici di totale assenza di coperta) e atti ad affrontare il mare aperto, specialmente quelli Trapanesi. 

Le stesse imbarcazioni Siciliane si diversificano da una Provincia all'altra per le particolari soluzioni tecniche e formali adottate nel corso del tempo dalle maestranze locali. In senso generico si definisce barca qualsiasi galleggiante di piccole dimensioni la cui forma lo rende adatto alla navigazione, qualunque sia il mezzo di propulsione. La tradizionale barca da pesca del meridione e della Sicilia era caratterizzata dalla poppa a cuneo e la prora verticale o leggermente inclinata verso l'esterno in armonica corrispondenza con la poppa, da un accentuato rapporto lunghezza/larghezza che dava allo scafo un aspetto idrodinamico, da una discreta insellatura e una modesta altezza di costruzione alla sezione maestra che risultava quasi appiattita in corrispondenza della carena. Lo scafo era quasi privo di coperta se si eccettuano due limitate coperture agli estremi opposti di poppa e prora e due stretti corridoi laterali dotati di mascellari detti localmente i curritura. Caratteristica tipica delle barche in oggetto era quella di avere il dritto di prora in alcuni casi, e quello di poppa in altri, sporgente dall'orlo di parecchi centimetri e disposto verticalmente o leggermente inclinato sia verso l'esterno che verso l'interno; questo vistoso elemento era denominato palamedda o palummedda nelle province orientali e campiuni (capione) nella parte occidentale della Sicilia. 

La spinta propulsiva delle barche tradizionali era fornita dai remi e dalle vele. La maggior parte degli scafi armava una vela latina integrata solo raramente da un fiocco, mentre un buon numero di imbarcazioni della Costa Jonica (da Catania a Siracusa), in particolare quelle per la pesca con nasse e palangrese, erano attrezzate con una vela a tarchia come alcuni tipi di scafi maltesi.

La lunghezza di una barca tradizionale da pesca andava dai 6 ai 10 metri, ma poteva in certi casi raggiungere i 44 palmi (circa 11 metri). 

 

Il  Gozzo in uso a Trappeto. 

E' l'imbarcazione senz'altro più longeva di tutte, grazie alle sue piccole dimensioni, adattabilità e manovrabilità, infatti allo scaro di Trappeto ne esistono oggi moltissimi esemplari. Si può definire come:  Piccola imbarcazione tradizionale a remi e vela priva di coperta con poppa a cuneo simile alla prora (entrambe potevano risultare rientranti). Contrariamente alla barca, il gozzo aveva un rapporto lunghezza/larghezza poco accentuato risultando in proporzione più largo e alto della stessa e con gli estremi opposti tondeggianti. Di limitata autonomia il gozzo da pesca si manteneva a stretto contatto con la costa esercitando la piccola pesca artigianale in cui risultava indispensabile ed efficiente. In genere queste piccole imbarcazioni che operavano ed operano lungo le coste della Sicilia erano lunghe 4 o 5 metri, con alcuni esemplari che raggiungevano i 6 metri, ma la misura più ricorrente si aggirava intorno ai 18 palmi (circa 4,5 metri). Da rilevare che gli scafi da pesca del Trapanese erano discretamente pontati dovendo questi spesso spostarsi per le battute di pesca intorno alle isole Egadi e nel Canale di Sicilia. 

 

Le Sardare di Trappeto.

 

 

La Sardara era una tipica barca Siciliana a remi e vela latina di 7 - 10 metri di lunghezza, (in alcuni casi raggiungeva gli 11 metri) abbastanza pesante, usatissima a Trappeto principalmente nella pesca del pesce azzurro (sardine, acciughe, alacce) con equipaggio di 6 - 8 uomini e con la rete da posta derivante detta menaide o tratta, divenne la barca regina dei nostri mari. Diffusa lungo  quasi tutte le coste della Sicilia, a Trappeto essa contribuiva ad alimentare l’ industria locale del salato. Le nostre Sardare della Sicilia occidentale differivano  tipologicamente da quelle orientali, la prima era localmente denominata varcca i sardi  (barca per sarde) o varcca luonga (Barca lunga), la seconda era detta sarddara a Catania e dintorni, ed è stata immortalata da Giovanni Verga nei i Malavoglia, è infatti identificabile come tipo con la "Provvidenza" di Padron 'Ntoni. 

Caratteristica della sardara occidentale, oltre al dritto di poppa o campiuni di puppa alto più di 1 metro e inclinato verso l'interno, erano i vivaci colori mediterranei dello scafo e le frequenti, vistose decorazioni a carattere religioso e  magicoprotettivo. Il Campiuni di puppa  o campione di poppa, oltre che a guidare e dirigere il natante, svolgeva l’importante compito o funzione (nelle barche tradizionali armate di vela latina) prolungandosi ben oltre la chiglia ad offrire un valido contributo alla carenza del piano di deriva, compito assolto nelle barche antiche di maggiore dimensione da forme di carena profonde; nelle barche relativamente moderne di derive mobili, a baionetta o basculanti. All’estremità superiore  del "capiuni", veniva fissata la scotta della vela, cioè la parte terminale della cucitura della vela. Questo elemento, grazie a questo tipo di attacco a baionetta era quindi facilmente smontabile e poteva essere riposto all'interno dell'imbarcazione.

Anche le sardare catanesi erano egregiamente decorate e con l'occhio apotropaico dipinto su entrambi i lati della ruota di prora. L'attività della "barca lunga" non si fermava esclusivamente al tipo di pesca suddetto ma ne praticava pure altri come quello relativo all'uso delle sciabiche da natante (tarttaruni e raustina) e della rete a strascico di fondo a scafi accoppiati (a cucchia). In località come Mazzara e Sciacca si costruivano "barche lunghe" di oltre dieci metri esclusivamente per la pesca a strascico; in altre marinerie, come ad esempio a Porticello ed a Trappeto in provincia di Palermo, le sardare erano pure impiegate nella pesca stagionale di alcune varietà di pesce come le alalunghe. 

La menaide o tratta che la barca utilizzava nella pesca dei clupeidi era una rete ad imbrocco con la voluta tendenza ad affondare, essendo i piombi preponderanti rispetto ai sugheri; tale caratteristica la rendeva adatta, tramite galleggianti supplementari di altezza regolabile mediante cavetti (caluomi), ad essere posizionata ad una data profondità, secondo che il banco fosse stato segnalato approssimativamente a quell'altezza. La rete veniva calata con andamento ad arco e lasciata alla deriva per qualche tempo (circa un'ora) debitamente controllata a poca distanza dall'equipaggio; i pesci catturati erano poi tolti dalle maglie (smagghiati) uno per uno. 

Nell'immediato dopoguerra (anni '40 e 50) la sardara, dopo avere ricevuto il motore, venne utilizzata per la pesca notturna con la rete a circuizione detta cianciolo, in sostituzione della tratta, con l’ausilio di lampare a petrolio. Infine fu posta in disarmo e sostituita con moderni motopescherecci debitamente attrezzati. Fino agli anni ‘60, alcune Sardare dai vivaci colori e della lunghezza di ben 10 metri, due di queste erano imponenti, modificate di prua ed abbastanza pontate, tali da affrontare le lunghe distanze in mare aperto, raggiungevano i 44 palmi circa 11 metri, erano equipaggiate con motore Diesel ed erano con l'albero divelto, ancora esistevano inclinate allo Scaro di Trappeto, poste nelle vicinanze dove ora insiste l’attuale moderna scalinata che porta al Lungomare;  con i miei piccoli amici da bambino ci giocavamo spesso all’interno: a nessuno oramai interessavano più, erano troppo pesanti, difficili da manovrare, e richiedevano parecchi marinai, memori di un epoca di grandi sacrifici e pesante lavoro, avevano trasportato anche la statua di San Pietro per le feste del 29 Giugno e la statua della Madonna Assunta per le feste del 15 Agosto, eppure in disarmo furono lasciate marcire alle intemperie, indecorosa fine per queste eccezionali barche di Trappeto che sicuramente hanno rappresentato la più importante pietra miliare nella storia della Nostra marineria. Oggi, non si può parlare della storia dei Trappetesi senza accenno a questa stupenda imbarcazione (Varca Longa) armata della vela latina. 

 

La lancia a Trappeto.

E' un tipo di scafo con la poppa a specchio usato anche per la pesca le cui dimensioni, nell'ambito delle marinerie della Sicilia, erano quelle del gozzo, ossia oscillavano tra i 4 e i 5 metri o poco più. Nel passato la lancia oltre che di remi era pure dotata di vela latina. A Trappeto  nel primo dopoguerra, ne esisteva qualche esemplare armata di vela latina, stranamente venivano usate non tanto per la pesca ma per scopi ludico-sportivo da appassionati (Una lancia per questi scopi attorno al 1946 era stata acquistata dai Sig.ri: Nino Russo, Paolo Randazzo, Vincenzo Ciaramitaro, Gioacchino D’Asaro, Vincenzo Sanfilippo), che non sono certo pescatori ma appassionati del mare. 

Attualmente la piccola lancia tradizionale a remi è leggermente più piccola, (a Trappeto esistono alcuni esemplari molto belli) e cioè di circa 4,5 metri, a cui può essere applicato il motore fuoribordo, ed è abbastanza popolare, anche se nell'ambito di pochi e sempre meno appassionati, lungo la costiera palermitana dove se ne costruiscono di veramente belle e caratteristiche nei loro vivaci colori.