di Benedetto Zenone, (Trappeto, Palermo - gennaio 2001) 

Danilo Dolci era nato la domenica mattina del 28.06.1924 a SESANA (prov. di Trieste), città che dopo la 2° guerra mondiale non fa più parte del territorio italiano in quanto è stata ceduta alla SLOVENIA.

Il padre si chiamava Enrico, cittadino italiano, originario di Rovato (BS) uomo molto buono ma severo, Danilo che era primogenito, con una sorella Miriam di otto anni più piccola, racconta diversi episodi della propria fanciullezza legati al carattere del padre, severità ereditata dalla madre cittadina tedesca di Norinberga. La mamma di Danilo si chiamava Maria Carmen (MELI in Sloveno) Kontelj, cittadina slovena, il padre della stessa, Giuseppe, era cancelliere nel Tribunale di Brescia, bravo suonatore di violoncello, in seguito dirigerà l'orchestra di Sesana, Danilo era solito raccontare il seguente episodio per descrivere il carattere del nonno, uomo fondamentalmente buono e contrario ad ogni forma di sopruso o di violenza, un giorno il signor Giuseppe mentre passeggia tra le vie di Brescia incontra dei militari, poiché non si toglie il cappello per riverirli, quelli con una sberla glielo fanno volare, questo gesto è sufficiente per prendere la decisione di lasciare l'Italia e andare ad abitare in Jugoslavia. Danilo trascorre i primi anni della propria vita seguendo il padre ferroviere (verificatore) nei vari trasferimenti di lavoro, il signor Enrico non aveva potuto studiare perché rimasto orfano di padre giovanissimo e già a 14 anni aveva iniziato a lavorare. Danilo già a 4 anni si trova a Vergiate (VA), di quel periodo ricorda che, una mattina mentre si trovava da solo a casa sente bussare alla porta apre e trova un ragazzino che chiede l'elemosina, ricordando gli insegnamenti dei genitori ma in particolare quelli della madre, (la madre molto religiosa nel 1970 diventerà direttrice del terz'ordine Francescano di Chiavari vi era entrata nel 1942, tra l'altro una sorella era suora) subito cerca dei soldi da dare a quel bambino, non trovandone prende il berretto compratogli qualche giorno prima e lo dà al ragazzino, i genitori al loro ritorno saputa la cosa non solo lo rimproverano ma il padre gli dà anche uno schiaffo, strano modo, pensa Danilo, di premiare quella che per lui era una buona azione.

A cinque anni è a Gallarate (VA) la mamma prima di insegnargli a leggere gli insegna a suonare, Danilo già da piccolo mostra un'irresistibile voglia di conoscenza, in famiglia gli danno il soprannome di "LASCIAMI FINIRE IL CAPITOLO", non gli sono sufficienti i libri di testo, i regali preferiti sono i libri e il padre asseconda questa sua inclinazione, lui non ha potuto studiare, la cosa perciò gli fa piacere.

Le opere di Platone, Shakespeare, Goethe, Tolstoi e di tanti altri autori classici e le principali opere religiose, ben presto diventano le letture preferite. Dai dieci ai quattordici anni frequenta le scuole di Varese viaggiando in treno da Gallarate dove abitava, successivamente il padre è trasferito a Tortona seguito dalla famiglia, mentre Danilo prosegue gli studi a Pavia, frequenta l'Istituto Tecnico per geometri e nel periodo estivo non disdegna di andare a lavorare nei cantieri edili come manovale, arrivato al penultimo anno di geometra decide di presentarsi da esterno al Liceo Artistico di Brera a Milano e a 17 anni ottiene la maturità artistica e anche il diploma di geometra, risale a quel periodo l'abitudine ad alzarsi alle quattro di mattina per studiare. Dopo Tortona altro trasferimento per il padre, questa volta capostazione in Sicilia e precisamente a Trappeto piccolo paese in provincia di Palermo. Nell'estate del 1940, Danilo per la prima volta arriva a Trappeto, viene per trascorrervi le vacanze, fa subito amicizia con i pescatori e i contadini del paese, trascorre le sue giornate nel piccolo porticciolo e spesso viene visto mentre legge seduto "0 SCOGGHIU A MMARE”, scoglio posto a circa 50 metri dalla riva. Vi ritorna l'estate successiva, prende un po' di sole in spiaggia poi un libro tra i denti (si prepara per gli esami da esterno al Brera) per raggiungere a nuoto lo scoglio preferito, il posto sognato nelle lunghe e uggiose giornate invernali passate in Lombardia. Nel 1943 a Tortona (vi vive con la madre e la sorella mentre il padre è ancora a Trappeto dove rimarrà sino al 07.09.43) viene visto mentre strappa manifesti di propaganda fascista, da tempo è sottoposto a controllo, in diverse occasioni ha manifestato il suo dissenso alla violenza, alla guerra, mostra simpatie verso l'obiezione di coscienza, sospettando di essere arrestato sale in treno per andare verso Sud, che gli Alleati cominciavano a liberare vicino Genova viene scoperto e arrestato, per sua fortuna con uno stratagemma riesce a fuggire, mentre è interrogato l'ufficiale nazista esce un momento e Danilo ne approfitta uscendo dal locale con fare indifferente, da lì va a rifugiarsi a Poggio Cancelli nelle montagne abruzzesi. Il 28.6.44 giorno del suo ventesimo compleanno lascia le montagne e va a Roma a trovare dei conoscenti originari di Tortona. Per vivere dà lezioni private e si iscrive alla facoltà di Architettura segue anche con particolare interesse il corso sulla storia del Cristianesimo del Prof. Bonaiuti. Finita la guerra la famiglia Dolci va ad abitare a Pozzolo Formigaro (AL) Danilo ritorna alla casa patema e va a studiare a Milano, ritrova tra i suoi quaderni e diari moltissime poesie scritte da ragazzo sono più di 1.500 versi, preferisce gettarli via, la madre riesce a recuperarne alcuni, tra questi dei versi dedicati a lei "Guidavi le minuscole manine/ sui tasti, impacciato a scarabocchiare/ con la matita disegni e astine/ Per prima da te ho sentito parlare/ di DIO, d'armonie alte e divine/ quando hai insegnato al mio cuore a pregare/ Fammi diventare Gesù Bambino/ sano, sincero, meno birichino. Uno dei più grandi doni di Dio/ è una buona mamma. Se arrossire/ per te ho dovuto era pel piacere ch'io/ provavo nel sentirti benedire. Tornerò, canta ora il mio cuore al sole/ che sorrideva quando leggevamo/sui verdi prati e, sfondo alle parole/sonora la canzone sentivamo/ delle cicale. E quando tornerò/molto più bene ancora ti vorrò.

Per mantenersi gli studi di Architettura a Milano, Danilo insegna "SCIENZA DELLE COSTRUZIONI” presso un corso di scuola serale per studenti-operai nella città di Sesto San Giovanni e qui conosce Franco Alasia, inseparabile amico di tante future battaglie per il riscatto della Sicilia. Verso la fine del 1948 Danilo conosce Padre David MARIA TUROLDO da questi riceve un insegnamento che mai sarà dimenticato: "Godi del nulla che hai del poco che basta giorno per giorno: e pure quel poco se necessario dividi. Vai di paese in paese e saluta, saluta tutti, il nero, l'olivastro, e perfino il bianco." Padre Turoldo gli parla anche di una comunità fondata da Don Zeno Saltini a Fossoli (MO) si tratta della "CITTA DEI RAGAZZI di NOMADELFIA". In questa comunità (sorta in un ex campo di concentramento) si accoglievano bambini orfani o abbandonati, ognuno lavorava per tutti e non esisteva la proprietà privata, Danilo che già durante la guerra aveva maturato l'idea che gli uomini dovevano essere "Ostia gli uni agli altri" rimase affascinato dalla descrizione dei modi di vita di quella comunità,. dopo diversi tentennamenti, molte visite e una settimana a riflettere da eremita in montagna, ad un passo dalla laurea abbandona gli studi, la fidanzata Alice (studentessa dell'Accademia di Belle Arti, figlia di un imprenditore di Tortona) che non volle seguirlo, la famiglia, gli amici e va a vivere povero tra i poveri nella comunità di Nomadelfia (parola greca che significa: La Fraternità è legge). Qui vive una vita totalmente diversa, ("Anche se taglia talpe il nostro vomere e sbudella miseri ranocchi povero Dio Ti darò una mano: perché T'ho visto piangere, T'ho amato") svolge i lavori più umili, pulisce le stalle, è l'ultimo degli operai. Dopo circa un anno Danilo viene mandato a costruire delle case a Ceffarello ("In alto, al bosco dei marini olivi, profumata dai fiori delle vigne noi costruiremo la città di Dio") perché la comunità si era ingrandita e occorrevano altri spazi. Dopo quasi due anni Danilo decide di abbandonare Nomadelfia, quella Comunità la considera troppo chiusa, pensa che lo sta uccidendo, ("Non sono nato ancora. Sto per nascere sempre  e morirò") fuori c'è tanta gente che ha bisogno di aiuto che può insegnargli qualcosa, farlo rinascere, Don Zeno, qualche giorno prima che la Comunità fosse chiusa dalle autorità e lo stesso fondatore arrestato (05.02.52), scrive due lettere a Danilo per convincerlo a rimanere, gli chiede anche dei soldi, perché la Comunità è a corto di liquidi, non riuscendo a convincerlo accetta la sua decisione e gli raccomanda di stare attento "A NON FARE DUE" cioè non scegliere un'altra strada per poi dopo poco tempo cambiarla. Danilo ritorna a casa, il padre gli fa ricordare che se davvero non vuole sbagliare una seconda volta, un posto dove poter trovare quello che cercava, era Trappeto. I pescatori, i contadini della Valle dello Jato non erano quei banditi, quei fuorilegge che la stampa descriveva nei reportage dalla Sicilia, Paolino Russo, Ntoni Alia, U Zu Pippino, U Zu Ambrogio, U Zu Vicenzo, U Zu Natali, Nardu L’orvu erano amici con cui Danilo aveva giocato o aveva parlato di stelle, di mare, di campagna, di vita vera a contatto con la natura, di rispetto, di educazione. Alla fine di gennaio del 1952 con trenta lire in tasca Danilo arriva a Trappeto. Il ricordo del padre di Danilo, del signor Enrico, era ancora molto vivo nei trappetesi, oltre a capostazione di Trappeto, era per essi un'autorità e tutte le volte che avevano avuto bisogno di aiuto, il Signor Enrico si era messo a disposizione, perciò Danilo fu accolto a braccia aperte. Del suo arrivo a Trappeto Grazia Fresco ne parla nel libretto <Due pescatori siciliani raccontano la storia del Borgo di Dio>. Nei primi tempi fu ospitato dalla famiglia Scardino, per diversi mesi visse in una tenda, a tutti gli amici ripeteva che era venuto a dare una mano. Dirà di Danilo, Carlo Levi nel suo libro "LE PAROLE SONO PIETRE": "Non era, il suo, il tono del puro missionario o del filantropo, ma quello di un uomo che ha fiducia, che ha fiducia negli altri e fa sorgere la fiducia intorno a sé, e con quest'arma sola sente di poter far nascere la vita dove parrebbe impossibile, a poco a poco, per forza spontanea". Trappeto a quei tempi era una piccola frazione del Comune di Balestrate, paese abbandonato da Dio e dagli uomini (così definito da diversi giornalisti) non una strada asfaltata, senza un medico, senza farmacia, senza fognature e soprattutto senza lavoro e tra l'altro se qualche bracciante riusciva a lavorare, con un giorno di lavoro riusciva a comprare appena il pane per sfamare la famiglia. In pochi mesi con l'aiuto di diversi amici che aveva conosciuto nel periodo di Nomadelfia riesce a comprare circa due ettari di terreno in un promontorio appena fuori dal paese e subito chiamato "BORGO DI DIO" successivamente lavorando manualmente con alcuni pescatori e contadini di Trappeto costruiscono la strada che porta al Borgo e una casetta da utilizzare come sua abitazione e ricovero di tutti i bambini che vivevano nel VALLONE cioè il quartiere vecchio di Trappeto attraversato da una fogna a cielo aperto, un muratore che accettò per primo di lavorare e essere pagato "A quannu chiovi" cioè quando arrivavano i soldi, fu Pietro Vivona. Scriverà in una delle sue poche poesie in dialetto siciliano, che un giorno sente il bisogno di riflettere a fondo sulla propria vita, sdraiato al buio nel proprio letto ripercorre la sua vita, vede la massa dei pescatori nella miseria, vede i bambini sporchi in mezzo al fango, i tanti fuorilegge che entravano e uscivano dal carcere, il folle, vede anche un popolo che fondamentalmente è buono e ripensa a tante parole che sente spesso: SE IO SONO PIU’ CATTIVO ANCHE GLI ALTRI SONO PIU’ CATTIVI, SE IO SONO PIU’ BUONO ANCHE GLI ALTRI SONO PIU BUONI, in quel momento Danilo decide che doveva essere quello che mai era stato. Il 14.10.1952 Danilo si sdraia nel letto dove qualche mese prima il (06.04.1952) era morto Barretta Benedetto un bambino di un mese, era nato infatti il 06.03.1952 (morire in tenera età era purtroppo cosa "normale" a quei tempi a Trappeto, si pensi che su cinquanta bambini nati in quell'anno, dieci erano morti nei primi mesi di vita) e inizia lo sciopero della fame, questo per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica sulle difficili condizioni di vita di quella popolazione. Della situazione tragica di Trappeto, Danilo ne parlerà nel libro "FARE PRESTO (e BENE) PERCHE’ SI MUORE", scriverà tra l'altro "Qui non si tratta di migliorare le condizioni ambientali per aggiornarsi giustamente al progresso: si tratta di impedire che PROPRIO SI MUOIA quando non si deve morire. E chi sentirà nell'anima il volo di darsi perché questo popolo viva, ricordi che capita poi, rimanendo quasi soli, di essere tirati sott'acqua da coloro che si cerca di salvare." Ripeterà infatti spesso che un vero uomo vedendo un bambino che sta annegando anche se non sa nuotare deve gettarsi in acqua per cercare di salvarlo, se annega il bambino annegherà anche lui. Questo gesto suscita una vasta eco presso la stampa sia nazionale che estera, uno dei primi a scrivergli fu il pacifista ALDO CAPITINI. Dopo otto giorni di digiuno, cominciano ad arrivare i primi concreti aiuti dallo Stato per coprire il vallone e dare occupazione ai trappetesi con dei cantieri di lavoro. A Danilo alcuni amici inviano del denaro con il quale costruisce altre due casette, una per funzionare come asilo l'altra da Università popolare. Al BORGO dove la gente di Trappeto si riunisce per discutere, si comincia ad ascoltare musica, Bach, Mozart, diventano nomi familiari. Nell'ottobre 1955 viene dato alle stampe "BANDITI A PARTINICO", libro inchiesta di Danilo sulle condizioni sociali di Partinico e Trappeto in quei paesi alla gente lo stato ha regalato più anni di galera che scuola, all'ignoranza della gente, lo stato ha risposto con la repressione. Danilo con le proprie inchieste, propone un nuovo modo di operare, se la gente conosce i problemi, se li discute insieme, se ciascuno si sente partecipe, si possono trovare le leve per cambiare, per creare sviluppo. Attraverso continue riunioni con i contadini e i pescatori, matura l'idea che cambiare è possibile, costruire una diga (ci vorrebbe "UN VACILI”,un recipiente, diceva U ZU NATALI RUSSO) sul fiume Jato che spreca le sue acque nel Golfo di Castellammare, potrebbe dare ricchezza a tutta la valle, all'inizio sembra un'utopia, ma poi ci si accorge che se davvero tutti si vuole una cosa, il sogno diventa realtà. Tanti denigratori ripetevano continua­mente "Non si costruiscono dighe con i digiuni, Danilo è un sognatore, un utopista," Danilo era solito rispondere "Sono uno che cerca di tradurre l'utopia in progetto. Non mi domando se è facile o difficile, ma se è necessario o no. E quando una cosa è necessaria, magari occorreranno molta fatica e molto tempo, ma sarà realizzata. La diga sullo Jato, sarà realizzata per la semplicissima ragione che qui la gente vuole l'acqua." La diga, dopo tante manifestazioni popolari e tanti digiuni di Danilo, fu infatti realizzata. Danilo pur viaggiando moltissimo e aver visitato quasi tutti i paesi del mondo dal 1952 sino al 30.12.1997 è vis­suto sempre fra Trappeto e Partinico. Tanti sono i ricordi che mi lega­no alla sua figura, voglio ricordare il nostro ultimo incontro, pur gravemente debilitato da quasi un anno di malattia il 28.12.97, con un filo di fiato mi chiamò nella sua casetta al Borgo di Dio insieme a qualche altro amico, Orazio de Guilmi, Vincenzo Russo, Pino Vitale, Filippo Bologna, voleva parlare, comunicare con qualcuno, ancora una volta voleva ascoltare quali erano i nostri programmi per il futuro per valo­rizzare quanto imparato in tanti anni di lavorare insieme, dialogammo per più di tre ore, ho dovuto insistere per terminare il nostro incontro, voleva continuare a lavorare pur non avendone più le forze, sognava la diga non più solamente come un bacino d'acqua utile solo per l'agricoltura, ma anche un bacino da utilizzare come meta turistica, come luogo di svago del tempo libero, come luogo di sport (pesca per hobby, canottaggio,) infatti il suo cuore la mattina del 30 Dicembre cessò di battere, toccò ai figli Libera e Cielo e al sottoscritto e al compagno di Libera, Carlo Romano, il triste compito di vestirlo nel suo letto di morte al Borgo di Dio e sicuramente non abbiamo avuto grosse diffi­coltà nello scegliere gli abiti da mettergli, per sua libera scelta di digni­tosa povertà nel suo armadio c'era ben poco, da tanti anni ormai ci aveva abituato al suo maglione blu, alla sua tuta e al suo basco. Con i sintetici appunti successivi raccolti principalmente dal sottoscritto, da Franco Alasia e Josè Martinetti si riassumono gli eventi che si sono succeduti nella vita di Danilo dal 1952 sino alla sua morte.