“L’Anniversario” - Articolo tratto da “la Repubblica” di mercoledì 24 Dicembre 2003-

 Vigilia di digiuno al Cortile Cascino

DI LUCIO FORTE

Alla vigilia di Natale del 1956 Danilo Dolci volle tornare subito dai suoi contadini disoccupati del quartiere Spine Sante a Partinico. Per questo, dopo sette giorni di digiuno dentro una casupola del "pozzo della morte", al cortile Cascino, rifiutò gli inviti a cena degli amici Palermitani. Ma accettò i trecento grammi di  «gallettine» portati dalla mendicante cieca venuta a ringraziarlo -insieme a una folla di disperati senza casa- per la sua cristiana protesta (a espiazione delle colpe altrui).

Come in quei giorni spiegò Nino Sorgi, il suo avvocato, presentando il libro che Franco Grasso aveva dedicato agli obiettivi della lotta di Dolci. E come sapevamo da quando a Trappeto, appena arrivato dall'esperienza di Nomadelfia, il Sociologo aveva digiunato sul letto di un bambino annientato dalla fame; il figlio di un pescatore ucciso dalla prepotenza di chi, per pescare, usava tritolo mafioso al posto delle reti. Ma quel dicembre si trattò di un espiazione particolare per il suo drammatico «effetto domino». Dolci non fu il solo a protestare privandosi del pane. Perché molti del suo popolo di diseredati decisero che il 23 Dicembre anch’essi non si sarebbero più nutriti nemmeno d'erbe selvatiche. I discepoli fecero penitenza, contemporaneamente, nelle stamberghe della città. Ma anche nei «pagghiari di fango a Tùdia, Arcia e Turrumè», e nei più lontani centri della provincia. Uno sciopero della fame che si risolse in corale risposta alle parole che egli aveva affidato al giornale di Vittorio Nisticò, "L'Ora". A chiarimento del senso di una «ribellione» sottoscritta anche da Goffredo Fofi, Franco Alasia, Rosolino Battaglia, Grazia Fresco, Giuseppe Lanza del Vasto, arrivato apposta dalla Francia, e da tanti altri. «Ogni giorno che passa  (scrisse Danilo Dolci ) aumenta la sperequazione tra il cittadino del Nord e quello del Sud: e tutti sanno che questa sperequazione significa molto spesso per il cittadino del Sud insufficienza vitale, disperazione. E’ necessario che tutti sappiano in quale soggezione, paura, terrore, vive la gente sotto il dominio di un pugno di mafiosi. Da Bisacquino a Caccamo, da Sciara a Polizzi. E’ necessario che tutti sappiano come si è costretti a vivere, strada per strada, casa per casa al Borgo, a Danisinni, al Capo, al cortile Lo Cicero, alla Guadagna, a Ballarò, sotto i ponti della stra­da vecchia per Santa Rosalia». Parole coraggiose per quei tempi cupi; come ha recentemente ricordato Giuseppe Casarrubea «Dolci fu l'intellettuale italiano più perseguitato del secondo Novecento». Ammanettato, insieme con sindacalisti e braccianti di Partinico, sulla trazzera dove attuavano lo «sciopero alla rovescia» dei disoccupati. Con le mani serrate dalle manette quadrate e nere, chiuse da un lucchetto, venne portato davanti ai giudici. Come se fosse un mafioso.

Candidato due volte, e invano, al Nobel, ma premiato con il Lenin per la Pace , lo avrebbe ricevuto qui a Palermo, tre settimane dopo, dal consigliere dell'ambasciata sovietica a Roma Veronin , Danilo Dolci fu profondamente amato dai ragazzi che frequentavano le scuole intorno alla Cattedrale. Gli studenti che quella settimana, per così dire, marinarono più volte le lezioni per recarsi a trovarlo al cortile Cascino dove egli ebbe sempre vicino Goffredo Fofi. Il maestrino dei piccoli tracomatosi di Danisinni, che quel Natale non videro la «fantasia natalizia di cartoni» programmata al Winter Garden. E furono proprio quei liceali che decisero di affidare poche parole a "L'Ora". Per dirsi «solidali con i disoccupati che digiuneranno per ventiquattro ore, domenica 23 dicembre, per chiedere lavoro».

LUCIO FORTE  

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